Questa la dovete sentire. Ora non so come mi sia tornata in mente, ma è così. Qualche anno fa, ancora facevo il liceo, ero follemente innamorato di una ragazza. Le sono stato dietro non so quanto, eravamo ottimi amici. Però in fin dei conti c’era qualcosa che ci legava in maniera molto più seria, e profonda. Non so dire cosa fosse. Eravamo due spiriti affini. Per cui, trascorrevamo moltissimo tempo insieme. Si ascoltava musica, si guardavano stupide trasmissioni televisive, si fumava sul terrazzo. Poi, quando lei era triste, mi piangeva sulla spalla, e io la consolavo teneramente. Quand’era malata le portavo il gelato, e quando stava bene ridevamo di tutti quei meschini che non avevano un rapporto come il nostro. Dopo qualche mese non potevamo più fare a meno l’uno dell’altra. Eppure nessuno dei due osava toccare l’argomento. E mi riferisco a quell’argomento là. Poi una sera, prima di andare a una festa, stiamo passeggiando per una strada buia. Io sono lì scazzato che parlo di tramonti, allora lei mi ferma, mi guarda dritto negli occhi e mi dice, con un filo di commozione: “Io ti amo.” Al che io rimango un poco spiazzato. Ma non tanto. In fondo, lo sentivo sulla mia pelle. Così, mentre lei è lì che aspetta una risposta, o semplicemente un bacio, io mi guardo la punta delle scarpe e, dopo una pausa teatrale, dico: “Andiamo ora. Faremo tardi.” Lei riprende a camminare, rimaniamo per un po’ in silenzio. Io sono felice come mai m’era accaduto. Lungo la strada ripenso a tutti i momenti trascorsi nell’attesa di quel momento in particolare. Non mi sembra vero. Lei mi ama. Voglio dire: mi ama! Sento scorrermi nelle vene una vita nuova, insieme al mio amore. Poi arriviamo alla festa, cominciamo a bere, ci perdiamo di vista per qualche istante. La ritrovo poco dopo dietro una siepe, seminuda, tra le braccia di un altro.
Forse non mi amava così tanto.
[tener botta] [sono ancora capace di aggiungere senso al passar delle ore, sono ancora capace di muovere il cielo e la terra per amore] [sono ancora stucchevole, forse]
la libertà è una forma di disciplina
ho gettato il proiettore sul pubblico.
mi sono inventata parodie, drammi, risate, mi sono inventata sentimenti nelle x l e t t e r e x invece che nelle vene, ho preteso. ho imposto un’unica visione, ho cercato la tua, mi sono imposta la tua, non riuscivo a capire la tua, non comprendevo cosa è successo nelle mani ferme mentre rotolavano disprezzo e santità, mentre pretendevo. cercare ragioni, cercare coerenza nelle due dimensioni, cercare un raccordo. non sono riuscita ad essere ciò che avrei voluto, mettermi da parte, non sono riuscita ad accettare il dileguarsi del colore nell’acqua, e lasciarlo seccare, non sono riuscita ad aggiungere che acqua e a far scomparire il colore e volerci disegnare uguale e pretendere di vedere una forma, trasparente.
non so se riuscirò a trasmettermi; quello che volevo dirti ieri, e non ci ho nemmeno provato a telefonare, e che vergogna la richiesta ‘posso telefonarti?’, che vergogna; quello che volevo dirti è che ho preteso una forzatura. accetterò tutto, anche un silenzio o un’assenza o un’indecisione o l’indefinito sono essi stessi qualcosa. significati.
non farò più nulla. capire tardi.





